Qualità e visibilità nella gastronomia?

Visibilità: giornalisti, blogger o influencer?

Quello di “pubblicizzare”, ovvero dare visibilità al proprio locale è un fenomeno che ha preso piede negli ultimi anni. Inizialmente vi erano clienti reali che raccontavano ad amici e parenti le loro avventure culinarie positive o negative in determinati locali da loro visitati.

La furbizia e l’arrivismo facile non ha confini, quindi ecco che con lo spuntare di alcune piattaforme dedicate al mondo del turismo e della gastronomia prendono vita i venditori di recensioni fasulle con la promessa per far crescere il fatturato. Un ristoratore che vive momenti di difficoltà economica è facile preda die queste allettanti promesse. Dopo tutto i collaboratori vanno pagati, i fornitori pure, e…

Allora perché non mettere da parte una tanto di etica professionale di fronte alla possibilità di un fatturato migliore?

Ora c’è da chiedersi: Chi ci rimette di più in tutto questo?

Il consumatore che tra la diffusa banalità delle proposte gastronomiche vive l’ennesima delusione, o il ristoratore che non sa di aver perso un’ottima possibilità di nascondere la propria deludente proposta?

Si potrebbe pensare che sia il consumatore, in realtà lo è solo in parte, perché ci potrà cascare un volta, due, ma prima o poi cambierà di sicuro locale.

Per il ristoratore, salvo qualche cliente poco esigente acquisito con questa tecnica, non resterà che un maggior numero di clienti delusi dal servizio che continuano a fare recensioni negative. Senza contare  la fattura da pagare per le recensioni acquistate.

A mio avviso il ristoratore ha speso i suoi soldi per una soluzione temporanea rendendo la sua offerta più appetibile solo apparentemente.

Ma il fascino della “mediocrità” la spunta quasi sempre…

Ogni fenomeno col tempo si evolve, perde di efficacia, e quando la recensione fasulla non frutta a dovere, ecco che il ristoratore migra verso nuove “forme” di promozione.

Ecco che si passa dalla recensione fake al supporto di influencer, blogger e giornalisti della gastronomia, basta che essi abbiano un certo numero di follower.

La voga attuale è quella di ospitare questi personaggi, spesso al costo di una cena in cambio di un articolo che parli della bontà, tale o presunta, del locale.

Ma alla fine anche con questa pratica, chi è che ci rimette di più?

Il ristoratore continua a rimanere nella sua qualità per lo più mediocre, e raramente evolve verso un livello di qualità superiore (precisando che il concetto di qualità è un’entità relativa e non oggettiva), favorendo, così il fenomeno in cui spuntano più comunicatori con approssimate conoscenze della materia che funghi in un anno.

Dunque, “essere o apparire?”

Volendo “apparire”…

Viviamo in un “mondo” dove tutti si improvvisano su tutto, da parte dei ristoratori molti approdano in questo settore senza conoscere le reali peculiarità di questa attività (muratori che aprono locande, imprenditori edili che a malapena sanno che differenza passa da un ristorante e una trattoria si avventurano nel mondo della gastronomia di alto livello, e potrei continuare all’infinito).

Nel mondo della comunicazione invece basta che uno legga qualche articolo in rete per eleggersi a “conoscitore esperto”, spesso senza verificare minimamente l’attendibilità della fonte informativa.

In un certo qual modo la maggioranza di noi sono attratti da ciò che io chiamo “fascino della mediocrità”. Fare le cose fatte bene richiede grande impegno, a volte anche oltre l’immaginabile e questo scoraggia dall’agire e quindi si sceglie la via più facile, ovvero la sufficienza, la mediocrità.

La causa della banalità diffusa nel mondo della ristorazione prende forma da alcune dinamiche che mette in relazione due realtà. Da un lato abbiamo un consumatore “pigro” che per abbassare il livello dei “rischi percepiti” nelle decisioni d’ acquisto si comporta così come fa un gregge di pecore “dove va una, van tutte”, o avvaledosi di informazioni di facile reperibilità secondo la regola del minor sforzo cognitivo (quindi, opinion leader, legittimi o pseudo-tali).

All’altro lato abbiamo i ristoratori interessati ad aumentare il cash flow, reali responsabili della loro reputazione che non curano adeguatamente perché nella media, di marketing management e comunicazione (che non sono mai la stessa cosa, ma la seconda è conseguente alla prima), non ne sanno gran ché, ignorando che un’azione di marketing costruita ad hoc sia la scelta risolutiva.

Volendo “essere”…

Gli imprenditori gastronomici se destinassero i loro soldi alla “conoscenza professionale”, muterebbero la soluzione al loro problema da temporanea a duratura oltre che di difficile imitazione dalla concorrenza.

Il marketing è una pratica molto complessa che ogni azienda di successo utilizza. Essa prevede varie fasi, una è detta di marketing analitica, una detta di marketing strategico e una detta di marketing operativo. Attività che non può realizzare un giornalista, né un blogger e tanto meno un influencer.

Inoltre c’è da dire che una campagna di comunicazione, (attraverso vari canali, giornalisti, web, social, radio, tv, ecc.), per la costruzione della brand reputation e la visibilità aziendale è sempre una conseguenza della fase strategica del marketing. Come si può intuire la comunicazione aziendale non può e non deve essere la conseguenza di attività improvvisate, soprattutto da gente poco o per niente competente.

Portare un’azienda o un locale al successo reale, meritato e “sistematico” significa avere un piano di marketing su misura ed efficace. Per questo bisogna avvalersi di professionisti qualificati, che possono “garantire” nei limiti del possibile risultati concreti entro certi limiti di tempo o consigliare di disinvestire prima di arrivare al fallimento.

Per “essere” e avere visibilità

Un’azienda ristorativa che punta al successo attraverso la qualità oltre ad un efficace piano di marketing deve investire in competenze professionali, sia in cucina che in sala.

Deve conoscere a fondo la provenienza e le fasi della trasformazione delle derrate per orientare le scelte di approvvigionamento. Non può ignorare le esigenze e i bisogni dei consumatori. Deve conoscere a fondo i prodotti che utilizza. Per questo dovrebbe fare dei corsi di degustazione sull’olio, sul vino, sui salumi, sul formaggio, ecc.

Se non si intende incamerare queste abilità, ci si può sempre affidare a reali esperti per una consulenza esterna. Consulenti che non sono mai i rappresentanti di un ditta fornitrice.

E alla fine optare per un’adeguato piano di comunicazione per incrementare la visibilità del locale e del livello di qualità raggiunto.

Tuttavia c’è da dire che l’esborso di denaro per un piano marketing su misura è significativo, proprio perché richiede il lavoro di professionisti specializzati. Denaro che l’imprenditore gastronomico spesso non è disposto a investire, o perché non li ha o perché è sfiduciato da professionisti non adeguati a risolvere il suo problema.

Allora che fare?

Scegliere…

Cambiare mentalità ed essere più aperti alla formazione professionale e chiedere maggiore professionalità ai propri consulenti pagando il dovuto.

Oppure si può continuare a “urlare fuori dalla porta quanto si è belli” e quanto si è buoni”, (una forma evoluta di come si faceva al mercato una volta, e aspettare che il consumatore “sprovveduto” si lascia incantare), da sé o lasciarlo fare agli influencer al costo di una pizza e una birra.

In quest’ultimo caso altro che “eccellenze”, evviva la mediocrità.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *